(Le domande difficili, parte 1)

Dalla nascita della prima bambina in provetta ad oggi sono nati oltre tre milioni di bambini nel mondo grazie alle tecniche di riproduzione assistita. Questo percorso non riguarda solo gli adulti che vogliono diventare genitori, ma anche i figli che vogliono capire come sono nati. Ma di fronte alla domanda “Mamma, papà come sono nato?” si affacciano nella mente dei genitori dubbi e paure: lo dico o non lo dico, e se lo dico, come glielo dico? Mi accetterà ancora come genitore? Vorrà un domani ricercare i donatori genetici? Si sentirà diverso/a?

Come spiegare loro qualcosa che a noi stessi è risultato così difficile da accettare?

Gli studi su questo argomento spaziano e ne emerge che non è il contenuto in sé a mettere in difficoltà, quanto piuttosto il timore che non si venga riconosciuti come genitori a tutti gli effetti.

È dunque chiaro che il problema su come comunicarlo esista, ma ancora prima è un problema che riguarda il senso di inadeguatezza, la propria vergogna e senso di colpa verso se stessi, la società e verso il figlio.

Un supporto psicologico può essere importante

Superare la sensazione di essere prima una persona o una coppia “difettosa”, permette di non sentirsi un genitore diverso che ha figli diversi. Dunque, ancora prima di essere genitori occorre accettare le difficoltà ad avere figli, la necessità di chiedere aiuto e averne elaborato i vissuti emotivi. Perché è chiaro che se come genitori ci si sente inadeguati, il messaggio che arriverà ai figli non sarà di serenità indipendentemente dal modo in cui sono stati concepiti.

Ecco perché prima di iniziare un percorso di riproduzione assistita, per tutta la sua durata e anche dopo, è consigliabile farsi accompagnare psicologicamente da un professionista per lavorare sulle proprie paure e angosce così da non riversarle un domani sui figli.

Nelle favole la risposta

L’identità e la personalità di un bambino evolvono e si organizzano in gran parte su base di narrazioni, racconti, storie. Storie sul prima, “quando ancora non eri nato”, sul “quando sei arrivato”, “quando ti aspettavamo”, “quando eri piccolo piccolo” che connettono i fili dell’esperienza intrecciandoli con quelli dell’emotività e della relazione affettiva con i genitori e le figure di riferimento, una base solida e importante per la vita futura da adulti che poi sarà.

Una favola può essere uno strumento utile su cui poter poggiare tali racconti fin dai primi anni di vita. Attraverso l’uso di metafore e di un linguaggio semplice favole come “C’è una volta – La grande avventura della riproduzione assistita” possono aiutare a sciogliere nodi che sembrano impossibili; possono aiutare i bambini, ma anche gli adulti, a connettere le trame delle loro vite, dei loro sogni, dei loro desideri in tutte quelle situazioni dove ciò può sembrare apparentemente più complicato o meno scontato.

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